Riccardo Moratto, Ph.D.

主要譯著:

主要譯著(第一譯者):

1.  阮籍 詠懷詩 八十二首之十二, Intralinea

2.  Missionary in confucian garb (Zhu Qing, Lee Andrea, ISBN: 978-7-5085-1718-6, Beijing, 155 pg.), HANBAN,2009

3.  胡适 (2012), Mia madre, Intralinea.

4.  郭敬明 (2012) Il Sigillo del Cavaliere, Fanucci, ISBN: 978-88-347-1833-9.

5.  Abdellah Taia (2012) L’Omosessualità spiegata a mia madre Asymptote

6.  陳浩基 (2012). Duplice delitto a Hong Kong, Metropoli d’Asia, ISBN: 9788896317327

7.  Dylan Suher (2012). Dylan Suher reviews Qian Zhongshu's Humans, Beasts and Ghosts. Asymptote.

8.  陳浩基 (2017). I detective di Hong Kong. Sellerio.

9.  Grace Burrowes (2018) Il Vero Desiderio, Fanucci, ISBN: 978-88-6508-989-7.

10.  Grace Burrowes (2019) Il Vero Sogno, Fanucci, ISBN: 9788833750040.

11.  Shyla Black (2019) Fremito Inconfessabile, Fanucci, ISBN: 9788833750170.

12.  紀蔚然 (2019) L'ombra nel pozzo. Marsilio, ISBN/EAN: 9788829703326.

13.  习近平讲故事 (2019) Xi Jinping Racconta. Bononia University Press (BUP), ISBN: 9788869234170. 

14. 阎连科 (閻連科) (2020). Intervista a Yan Lianke (Interview with Yan Lianke). Il Manifesto. https://ilmanifesto.it/yan-lianke-ansia-e-rabbia-da-virus-stanno-sfumando/ 2020/02/27

15. 阎连科 (閻連科 )(2020) 我們要成爲有記性的人. Il Manifesto. https://ilmanifesto.it/i-nostri-corpi-e-le-voragini-della-storia/  2020/03/08

16. 阎连科. (2020). 疫劫之下:无力、无助和无奈的文学。Impotente e inerme: la letteratura ai tempi dell’epidemia. Il Manifesto. https://ilmanifesto.it/impotente-e-inerme-la-letteratura-ai-tempi-dellepidemia/ 2020/03/24

 

Following is the only Italian translation authorized by Yan Lianke of his speech to the students of Hong Kong University of Science and Technology titled 我們要成爲有記性的人。

Published in Il Manifesto (2020/03/08)

 

Traduzione dal cinese di Riccardo Moratto

 

Tra non molto tempo, com’è facilmente immaginabile, il Paese canterà vittoria con sonori squilli di trombe e roboanti rulli di tamburi. Non contribuiamo a comporre futili melodie altisonanti. Limitiamoci a essere persone autentiche dotate di memoria individuale. Quando una pioggia di applausi scroscerà sommergendo cielo e terra, mi auguro che nessuno di noi salga sul palco a ricevere gli elogi delle folle plaudenti. Limitiamoci a guardare lo spettacolo da lontano con gli occhi velati di calde lacrime, deboli e impotenti.

 

Presto si leverà un coro di voci che in giubilo canteranno vittoria. Quando ciò accadrà, in seguito alla sconfitta del virus, mettiamoci in disparte e riflettiamo in silenzio, senza farci prendere dall’euforia del momento. Innalziamo un sepolcro nel nostro cuore. Lasciamo che il ricordo di quanto accaduto scalfisca la nostra anima. Solo così un giorno potremo tramutare questi ricordi in memoria individuale e tramandarla alle generazioni future.

 

Intervento dello scrittore cinese Yan Lianke tenuto online il 21 febbraio agli studenti della Hong Kong University of Science and Technology

 

Cari studenti,

 

Oggi è il primo giorno di lezione per voi del corso di laurea magistrale. A causa dell’epidemia in corso, siamo costretti ad avviare le lezioni online.

 

Prima di spiegare il programma di oggi, permettetemi di fare una breve digressione.

 

Quando ero piccolo, i miei genitori mi redarguivano sempre quando mi capitava di commettere lo stesso errore due o tre volte di seguito. Allora mi chiamavano in disparte e puntandomi il dito contro mi sgridavano: “Ma sei proprio smemorato!”

 

Anche in classe succedeva spesso. Quando proprio non riuscivo a memorizzare la lezione, il maestro mi ingiungeva di alzarmi in piedi apostrofandomi davanti a tutti: “Ma sei proprio smemorato!”

 

La memoria è il terreno in cui pullulano i ricordi, i quali a loro volta alimentano e accrescono la memoria stessa. Gli esseri umani sono sostanzialmente diversi dagli animali e dal regno vegetale proprio in virtù dei ricordi e della memoria. Si tratta di un prerequisito fondamentale per crescere e maturare. Molte volte ho pensato che la memoria fosse financo più importante del cibo, dei vestiti e dell’aria che respiriamo. Questo perché quando perdiamo la memoria, perdiamo anche la capacità di cucinare e di coltivare la terra. Non ricordiamo più come si usano gli strumenti che abbiamo a disposizione. Se ci svegliamo nel cuore della notte, non rammentiamo neanche dove abbiamo messo i vestiti. Potremmo finire col credere davvero alla storia I vestiti nuovi dell’imperatore, secondo cui l’imperatore avrebbe un aspetto più regale ed elegante senza abiti addosso.

 

Forse vi starete domandando perché vi sto raccontando queste cose. L’epidemia da Covid-19 è ormai di entità mondiale. La situazione non è ancora sotto controllo e il pericolo di contagio è tutt’altro che rientrato. In questo preciso istante a Wuhan, nella provincia dello Hubei, così come in molte altre città, tante famiglie sono distrutte dalla perdita dei loro cari e pianti di angoscia e disperazione risuonano senza tregua nelle orecchie dell’umanità. Eppure, dopo aver visto un lieve calo nel numero dei contagi, c’è già chi ha tirato fuori i tamburi e si sta rischiarando la voce pronto a cantar vittoria.

 

Da un lato i cadaveri sono ancora caldi e le grida disperate non si sono ancora placate, dall’altro il trionfo pare essere imminente. Già si profila all’orizzonte un’ondata irrefrenabile di euforia.

 

Il Covid-19 è entrato strisciando nelle nostre vite. Ad oggi, non abbiamo ancora capito quante persone siano morte dopo aver contratto il virus: quante persone abbiano esalato l’ultimo respiro in ospedale e quante fuori. Non ci è dato sapere. Non abbiamo fatto in tempo a condurre un’indagine accurata, non siamo riusciti a trovare delle risposte. Col passare del tempo risulta tutto più difficile. Rimarrà un enigma irrisolto. Nessuna prova tangibile su cui la memoria possa fare appiglio. Una pagina oscura in un libro di domande e punti interrogativi in lascito ai posteri. Una volta passata l’epidemia, non dobbiamo comportarci come zia Xianglin, noto personaggio del racconto breve Il sacrificio di capodanno di Lu Xun, che continua a lamentarsi dicendo: “Fui davvero stupida! Sapevo che quando nevica le bestie scendono dalle montagne nei villaggi in cerca di qualcosa da mangiare; ma non sapevo che potesse accadere in primavera.” Allo stesso tempo però non dovremmo neanche fare la fine di Ah Q, personaggio de La vera storia di Ah Q di Lu Xun, che persino quando viene percosso, umiliato ed è sul punto di morire, imperterrito continua a pensare di essere un uomo imbattibile, perennemente vittorioso.

 

Le nostre vite sono un succedersi inesorabile di tragedie e di disastri; nel periodo storico e nella realtà in cui viviamo, siamo sommersi da disgrazie a livello individuale, famigliare e nazionale. Perché questo ciclo inarrestabile pare non volersi fermare? Per quale motivo sono i corpi della gente comune a dover colmare le voragini della storia e le nostre vite a doversi accollare il fardello delle disgrazie della nostra epoca?

 

Tra i tanti, tanti fattori di cui non siamo a conoscenza, su cui non facciamo luce, o sui quali non solleviamo alcun quesito se non ci viene permesso, ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore: in quanto esseri umani – migliaia di persone insignificanti come formiche o grillotalpe – siamo fin troppo privi di memoria. I nostri ricordi personali vengono pianificati, sostituiti e finiscono per essere cancellati. Ci ricordiamo solo quello che ci viene permesso di ricordare e dimentichiamo il resto a comando. Quando ci impongono il silenzio, rimaniamo muti. E quando ci invitano a cantare, leviamo cori altisonanti di euforica vittoria. La memoria individuale è diventata strumento dei tempi. Sono la memoria collettiva e quella nazionale a distribuire i ricordi decidendo cosa dobbiamo dimenticare e cosa dobbiamo invece scolpire nella memoria. Riflettete un attimo. Senza andare troppo indietro nel tempo. Non c’è bisogno di pensare agli eventi epocali che hanno lasciato il segno nella storia o ne hanno perfino cambiato il corso. Pensiamo anche solo agli ultimi vent’anni. I ragazzi che come voi sono nati negli anni ottanta e negli anni novanta sicuramente hanno vivo il ricordo di drammi nazionali, quali l’epidemia di AIDS, la SARS e l’attuale Covid-19. Si tratta di catastrofi imputabili all’uomo? O di calamità naturali, percepite da alcuni come un castigo divino, dinanzi alle quali l’uomo è inerme, come il terremoto di Tangshan nel 1976 o quello del Sichuan nel 2008? Perché sembra quasi che siano gli stessi eventi a ripetersi senza sosta? Pensate all’epidemia di SARS di 17 anni fa, a come si diffuse, a come fece incetta di vite e alle somiglianze col recente Covid-19: sembra una nuova proiezione della stessa tragedia, un film inscenato e diretto dal medesimo regista. Nella nostra insignificanza di piccoli granelli di polvere in balìa del vento, non ci è permesso né di sapere chi è il regista, né tantomeno abbiamo le conoscenze professionali per ricostruire le idee, il pensiero e il processo creativo dello sceneggiatore. Quindi, adesso che ci troviamo di nuovo dinanzi al dramma della morte, possiamo almeno chiedere dov’è finito il ricordo dell’ultima tragedia?

 

Chi ha cancellato la nostra memoria? Chi ha strappato i nostri ricordi?!

 

Chi non ha memoria è come il terriccio nei campi o sulle strade. Il suo destino viene decretato dalla suola delle scarpe di cuoio che lo calpestano.

 

Coloro che non hanno memoria sono, in sostanza, pezzi di tronco e assi di legno ormai privi di vita. Il loro futuro, nella forma e nell’essenza, viene sancito dalla sega e dalla scure.

 

Per noi autori, che amiamo la scrittura e con essa conferiamo senso alla nostra esistenza, ma anche per voi, studenti della magistrale presso la Hong Kong University of Science and Technology, così come per tutti quegli scrittori in erba che si sono da poco laureati alla Renmin University of China o che stanno ancora studiando scrittura creativa, ebbene se anche noi rinunciamo alla memoria individuale, che come linfa vitale ci scorre nelle vene, che senso ha continuare a scrivere? Che valore potrà mai avere la letteratura? A che servono gli scrittori nella nostra società? Continuare a scrivere indefessi, lavorare sodo... tutti questi letterati non equivalgono forse a delle marionette che si muovono a comando? Ormai i giornalisti non scrivono ciò che vedono con i propri occhi, gli scrittori non scrivono ciò che hanno esperito e non danno voce alla propria memoria individuale. Nell’opinione pubblica, chi può parlare e chi è in grado di parlare legge e recita un copione scritto secondo la retorica nazionale intrisa di puro lirismo. E allora chi potrà mai dirci qual è la verità nuda e cruda e qual è il vero senso della nostra esistenza a questo mondo?

 

Pensateci bene. Se oggi a Wuhan non ci fossero i racconti della scrittrice Fangfang che con la sua penna è riuscita a dar voce alla propria memoria ed esperienza, se non ci fossero migliaia di persone come Fangfang che con i loro cellulari ci mandano video di lamenti strazianti e grida di dolore, cosa saremmo costretti a sentire? Cosa ci propinerebbero? Cosa vedremmo?

 

Nel vortice del grande torrente dei tempi, la memoria personale viene spesso considerata come schiuma ridondante, un futile zampillo o come un rumore assordante da mettere a tacere. Viene scartata, gettata via o messa da parte. Viene fatta tacere, ridotta al silenzio, come non fosse mai esistita. Di conseguenza, al trascorrere inesorabile del tempo subentra, imponente, l’oblìo. L’anima di chi non c’è più si libra in volo. La calma torna a regnare sovrana. Quella piccola leva in grado di sollevare il mondo viene meno anch’essa. In questo modo, la storia diviene leggenda, oblìo e immaginazione, senza alcun fondamento. Da questo possiamo evincere quanto sia importante nutrire la nostra memoria, alimentarla, avere ricordi personali che non vengano modificati o erosi. È la soglia minima per poter pronunciare qualche frammento di verità. Soprattutto voi, ragazzi, che studiate per diventare scrittori, tenete presente che la memoria è alla base della scrittura, un processo creativo volto alla ricerca del vero. Se anche noi un giorno non dovessimo più alimentare quello stralcio di verità e quel barlume di memoria, a quel punto avrà ancora senso parlare di verità individuale e veridicità storica?

 

A dire il vero, anche se la memoria individuale non cambierà il mondo o la realtà dei fatti, se non altro dinanzi a una verità unificata e pianificata, potremo sempre sussurrare a fior di labbra: “Le cose non stanno in questi termini!”. Quando giungeremo a un punto di svolta nella lotta all’epidemia attuale, assordati dai rulli di tamburi e dal clamore trionfale delle celebrazioni di vittoria, potremo ancora udire e ricordare quelle grida strazianti e il pianto dei singoli individui, delle famiglie e degli emarginati.

 

Non sarà la memoria individuale a cambiare il mondo, ma se non altro ci permette di avere un cuore autentico.

 

La memoria individuale non è necessariamente una forza in grado di cambiare la realtà, ma può almeno aiutarci a disegnare un punto interrogativo nei nostri cuori al sopraggiungere di una menzogna. Se non altro, se un giorno dovesse esserci un nuovo Grande Balzo in Avanti, almeno saprò che la sabbia non si trasforma in ferro e che la resa per mu non può raggiungere i 50.000 chilogrammi. Questo ce lo insegna il buon senso. Non crederemo più al miracolo che la coscienza possa creare materia e che l’aria possa produrre cibo. Almeno se un giorno dovesse esserci di nuovo una rivoluzione foriera di un decennio di disastri, possiamo garantire che non manderemo più i nostri genitori in prigione e alla ghigliottina.

 

Cari studenti, siamo tutti cultori delle arti liberali. Ci affidiamo al linguaggio per fare i conti con la realtà e con la nostra memoria. Per quanto riguarda la memoria, non ci soffermiamo su quella collettiva o quella nazionale poiché, nel corso della nostra storia, la memoria nazionale e quella collettiva hanno sempre cercato di coprire e di modificare la nostra memoria individuale. Oggi, in questo preciso momento, in cui il Covid-19 è lungi dal condensarsi nella memoria, tutt’intorno a noi già riverberano canti trionfali che senza ritegno festeggiano a suon di tamburo. Ed è proprio per questo motivo, cari studenti, che mi auguro che questa epidemia possa impartirci una bella lezione. Cerchiamo di diventare esseri pensanti dotati di memoria nella quale imprimere i nostri ricordi.

 

Tra non molto tempo, com’è facilmente immaginabile, il Paese canterà vittoria con sonori squilli di trombe e roboanti rulli di tamburi. Spero che noi non contribuiremo a comporre futili melodie altisonanti. Limitiamoci a essere persone autentiche dotate di memoria individuale. Quando una pioggia di applausi scroscerà sommergendo cielo e terra, mi auguro che nessuno di noi salga sul palco a ricevere gli elogi delle folle plaudenti. Limitiamoci a guardare lo spettacolo da lontano con gli occhi velati di calde lacrime, deboli e impotenti. Il nostro talento, il nostro coraggio e la nostra forza d’animo se non ci bastano per diventare scrittori del calibro di Fangfang, se non altro ci possono servire a non unire le nostre voci al coro di dissenso e di derisione nei suoi confronti.

 

Quando la quiete tornerà a regnare sovrana, accompagnata da un oceano di canti trionfali, se non possiamo dar voce ai nostri dubbi sull’origine e la diffusione del Covid-19, anche il semplice sussurrare a fior di labbra sarà un atto di coraggio per la nostra coscienza. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, ma ricordatevi che non dar voce alla propria coscienza, rimanere in silenzio e cadere nell’oblìo non solo è un atto di barbarie, ma è financo più disumano, ancor più preoccupante.

 

Se non riusciamo a lanciare l’allarme alla stregua di Li Wenliang, cerchiamo almeno di prestare attenzione a coloro che lo faranno.

 

Se non potete parlare ad alta voce, sussurrate; se non potete neanche sussurrare, rimanete in silenzio, ma alimentate la vostra memoria. Sempre e comunque. Presto si leverà un coro di voci che in giubilo canteranno vittoria. Quando ciò accadrà, in seguito alla sconfitta del virus, mettiamoci in disparte e riflettiamo in silenzio, senza farci prendere dall’euforia del momento. Innalziamo un sepolcro nel nostro cuore. Lasciamo che il ricordo di quanto accaduto scalfisca la nostra anima. Solo così un giorno potremo tramutare questi ricordi in memoria individuale e tramandarla alle generazioni future.

 

21 febbraio 2020. Pechino. 


Following is the only Italian translation authorized by Yan Lianke of his article 疫劫之下:无力、无助和无奈的文学

Published in Il Manifesto (2020/03/24)

 

Impotente e inerme: la letteratura ai tempi
dellepidemia
- Yan Lianke (traduzione di Riccardo Moratto), 24.03.2020
Scrittori e pandemia. Riconoscere e ammettere che la letteratura ricopre ormai un ruolo
marginale non significa compiere un’azione riprovevole. Tutt’altro. Significa semplicemente
riconoscere che nella nostra epoca uno scrittore altro non è che uno scrittore
Ho sempre dubitato che la letteratura di oggi abbia un gran significato, come invece si dice.
Sono due i motivi che mi inducono a fare una considerazione del genere. Innanzitutto, credo che la
grande letteratura sia quel vasto oceano costituito dalle opere degli autori che ci hanno preceduto.
Ciò che doveva o poteva essere scritto è già stato tracciato dalla penna dei grandi letterati del
passato. In secondo luogo, la grande letteratura nasce in un’epoca consona alla sua creazione. La
nostra è l’epoca di Internet e della tecnologia.
La letteratura ricopre un ruolo marginale, è un personaggio secondario. Dalla fine del settecento
fino agli anni settanta del ventesimo secolo, la letteratura è stata, invece, protagonista indiscussa sul
palcoscenico mondiale della cultura.
La creazione di grandi capolavori letterari appartiene ormai a un’epoca passata. Solo un autore
geniale, con l’aiuto della provvidenza divina, riuscirebbe a scrivere grandi opere in grado di
sconvolgere cielo e terra, andare controcorrente e valicare i confini dell’immaginabile.
Perlomeno in Cina, la creazione dei grandi capolavori della letteratura appartiene ormai al
passato. L’epoca in cui viviamo non è favorevole alla produzione di grandi opere letterarie. La
letteratura mondiale ha attraversato un periodo di grande prosperità, ha raggiunto l’apice della
gloria e il massimo dello splendore nel corso degli ultimi duecento anni.
È lecito affermare che in quel momento storico l’intelletto umano ha contribuito allo sviluppo della
letteratura mondiale, dando il meglio di sé. Al giorno d’oggi gli scrittori dovrebbero impegnarsi di
più e fare in modo che questo personaggio ormai secondario possa brillare di luce propria.
In molti romanzi, film e sceneggiati, può accadere che un personaggio secondario offuschi il
protagonista inondandolo di una luce più abbacinante. Si tratta di un imprevisto, un evento inatteso.
Ma può accadere. Ed è per questo che continuiamo a indagare, a esplorare e a scrivere senza tregua,
nella remota speranza di riuscire in quest’ardua impresa. Scriviamo per un’eventuale e
inaspettata grandezza. Per la creazione fortuita di un’opera letteraria di successo.
Tuttavia siamo ben consapevoli della differenza sostanziale che sussiste tra il protagonista e i
personaggi secondari, così come diversa è l’importanza che rivestono sulla ribalta della storia. Non
ci facciamo illusioni.
Riconoscere e ammettere che la letteratura ricopre ormai un ruolo marginale non significa compiere
un’azione riprovevole. Tutt’altro. Significa semplicemente riconoscere che nella nostra epoca uno
scrittore altro non è che uno scrittore. Una simile presa di coscienza ci permette altresì di cogliere il
divario tra ciò che uno scrittore vorrebbe fare e ciò che può fare.
Poi è sopraggiunta l’epidemia da Covid-19.

Come una guerra inattesa e indesiderata, ha riempito le nostre orecchie con il rimbombo
degli spari. Non solo la città di Wuhan, la provincia dello Hubei e l’intera nazione cinese,
bensì l’umanità tutta è stata trascinata in questo disastro, passo dopo passo.
Wuhan è una città nell’entroterra cinese oltreché epicentro dell’epidemia da coronavirus. Come la
travolgente onda d’urto di uno tsunami, la tragedia dei contagi e della morte si è espansa ovunque
facendo incetta di vite.
Probabilmente l’umanità non avrebbe mai immaginato che avremmo costruito “una comunità dal
futuro condiviso” proprio in questo modo.
La storia dell’uomo è costellata di assurdità e di errori evitabili. Vite spezzate, lacrime di dolore, urla
e lamenti strazianti riecheggiano per le vie delle città e rimbombano all’interno delle quattro mura.
In Cina decine di migliaia fra medici e infermieri si sono lasciati casa e figli alle spalle e, senza
alcuna esitazione, si sono precipitati a Wuhan e nelle altre città maggiormente colpite dall’epidemia
nella provincia dello Hubei per fornire cure mediche e coordinare i soccorsi. Hanno messo la propria
vita a repentaglio per prestare aiuto ai contagiati e ad oggi tra le vittime figurano molti di questi eroi.
A prescindere da dove abbia avuto origine il virus, non c’è ombra di dubbio che la diffusione
dell’epidemia sia da attribuire alle caratteristiche della struttura sociale cinese.
Tuttavia, da quando è stata chiusa la città di Wuhan, l’intera Cina è divenuta un tutt’uno, come un
ciocco di legno legato in una morsa rovente. L’abiezione della natura umana ci avvolge in una
spirale di ignominia, come fumo nero che si leva da legna bagnata; mentre lo splendore e
la purezza della natura umana è come una fiamma vivida, che col suo bagliore riscalda e
illumina il mondo, il cielo e la terra, l’umanità intera e ogni inerme filo d’erba che a stento
spunta e si affaccia tra la gente comune di ogni nazione.
È questa la forza del popolo.
E questa è anche la sua unica speranza.
Ed ecco che dinanzi all’irrefrenabile incalzare dell’epidemia, ancora una volta abbiamo toccato con
mano l’impotenza della letteratura rispetto a una catastrofe tanto furente. La letteratura, infatti, non
può trasformarsi in mascherine da inviare nelle zone colpite dal contagio, né tantomeno può
tramutarsi in tute protettive a uso del personale medico. Quando la gente ha fame e sete, la
letteratura non supplisce alla carenza di pane e latte.
Quando sono necessarie verdure, la letteratura non sopperisce alla mancanza di ravanelli, cavoli e
prezzemolo. Quando le persone si fanno prendere dall’ansia e dal panico, la letteratura non funge da
placebo.
Per quale motivo parte dei media ufficiali cinesi e quasi tutte le persone pensanti, dotate di voce
critica e riflessiva, hanno parlato della città di Wuhan dopo la sua chiusura come Auschwitz?
Perché c’è chi continua ad associare Auschwitz al concetto di “poesia”? Perché sia la città di Wuhan
che la Covid-19 sono ormai diventati delle metafore. Perché in questa improvvisa calamità, la società
cinese ha capito ancora una volta l’importanza di tollerare voci diverse. E ancora una volta, a scapito
di migliaia di vite, ha dimostrato che pure ad Auschwitz finché si può scrivere poesia è
raccomandabile che si continui a farlo.
Poiché le poesie scritte in questo momento non sono semplici poesie, bensì sono la testimonianza di
una voce fuori dal coro, un messaggio di cui siamo i destinatari, simbolo di vita. Se ad Auschwitz ci
fossero state persone ancora in grado di scrivere poesia e fare in modo che venisse letta, il delirio di

Auschwitz non si sarebbe protratto tanto a lungo. Non ci sarebbero state tante vite innocenti mietute
e calpestate dal regime autoritario alla stregua di inermi formiche.
L’ottusità più temibile ed esecrabile sarebbe se non ci fossero giornalisti di guerra disposti a
rischiare la vita pur di diffondere un messaggio di verità.
Nel momento in cui l’umanità si trova dinanzi a una tragedia, l’assenza di voci fuori dal coro è una
tragedia persino più devastante.
Al sopraggiungere di una guerra o di un’epidemia, vi sono scrittori disposti a diventare “belligeranti”
e “giornalisti”. Le loro voci attutiscono il rumore degli spari. Sovente i loro proclami di
dissenso riescono a impedire che l’avversario innesti la baionetta e a ovattare il rimbombo
degli spari. Come Babel e Hemingway, Norman Mailer, Singer e Orwell.
Non vorrei essere frainteso. Non intendo dire che un bravo scrittore debba per forza di cose
diventare giornalista di guerra. Voglio semplicemente sottolineare quanto sia crudele, assurdo e
ridicolo che in tempo di guerra non si veda la morte e non si sentano gli spari. Ancor più assurdi e
ridicoli sono coloro che vedono chiaramente la morte e sentono nitido il rimbombo degli spari,
eppure descrivono i colpi e le fucilate come petardi di giubilo, presagio di un trionfo immediato.
Si tratta di pura follia. Un’assurdità simile e ancor più esecrabile della guerra e dell’epidemia stessa.
Nonostante Kafka nel suo diario scrisse: “Oggi la Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Nel
pomeriggio sono andato a nuotare”, non dimentichiamo però quanto sia sensibile alla dimensione
dell’assurdo. Nei suoi racconti è riuscito veramente a dar voce ai fenomeni più assurdi. E noi, invece,
noi che confondiamo gli spari con lo scoppiettìo di petardi trionfali o che addirittura dimostriamo
con la nostra penna la normalità dell’assurdo cercando disperatamente di dimostrare che i colpi dei
fucili siano in realtà giubili scoppiettii di petardi in festa.
Nessuno ha il diritto di incolpare coloro che alzano le braccia e cercano di far sentire la propria voce
tra grida assordanti e lamenti strazianti. Così come nessuno si deve arrogare il diritto di incolpare
chiunque abbia voglia di fare chiarezza: poeti, scrittori, professori e intellettuali, costretti a operare
negli angusti limiti del politicamente corretto, hanno sin da subito annunciato le proprie scelte, la
propria posizione e il proprio parere.
Poche persone al mondo sono in grado di comprendere la fragilità, la debolezza e l’impotenza degli
scrittori cinesi. Proprio come i pinguini dell’Antartide, fragili e inermi, possono sopravvivere solo al
freddo. Questa è la medesima situazione in cui versano la popolazione e gli scrittori cinesi. Le
circostanze spesso determinano la superiorità o l’inferiorità di uno scrittore rispetto a un altro
nonché il netto contrasto tra diversi tipi di letteratura.
In Cina sicuramente c’è chi può esprimersi in questi termini, il problema è permettere
agli altri di dire o non dire certe cose. In altre parole, credo che una grande opera
letteraria sia di per sé una voce fuori dal coro senza la quale non ha neanche senso
parlare di letteratura.
Permettere la coesistenza di voci diverse è molto più urgente e importante della fortuita
creazione di una o qualche opera letteraria di successo.
Nessuno può comprendere a fondo l’impotenza degli scrittori cinesi. Così come nessuno può capire il
fatto che gli scrittori cinesi non apprezzano molto e non necessitano libertà di scelta e tolleranza per
il diverso. Secondo la mentalità dei più quando fa freddo tutti hanno freddo e quado fa caldo tutti
hanno caldo. Ma vale davvero per tutti? Anche perché quando arriva davvero il gelido inverno e le

giornate cominciano a raggelare, gli scrittori possono godere di calde giacche imbottite regalate loro
come premio o incentivo.
Questo è l’aspetto più subdolo, imbarazzante e affliggente della letteratura e degli scrittori cinesi
odierni. Quando il popolo viene ricoperto dalla gelida coltre del manto invernale, la maggior parte
degli scrittori ha a disposizione giacche imbottite per superare i rigori dell’inverno.
È pur vero che durante la prima e la seconda guerra mondiale non tutti gli scrittori sono andati al
fronte e alla stregua di Babel, Hemingway e Orwell hanno sempre tenuto stretta la penna perfino
quando erano circondati dai rimbombi degli spari. Ma penso che chiunque scriva sappia che se
Tolstoj non avesse fatto il soldato, come avrebbe potuto scrivere Guerra e pace?
Se Remarque non avesse preso parte alla prima guerra mondiale e non ne fosse rimasto ferito, come
avrebbe potuto scrivere Niente di nuovo sul fronte occidentale? Sono molti gli scrittori che
rappresentano l’esistenza di una voce fuori dal coro, tra cui possiamo annoverare Joseph Heller e il
suo Comma 22, Kurt Vonnegut e il suo La colazione dei campioni, ma anche Camus e La peste, José
Saramago e Cecità.
Tra gli scrittori che hanno partecipato alla guerra, c’è chi è stato soldato o prigioniero
dell’Aeronautica Militare; gli altri invece avevano una profonda comprensione delle malattief umane.
Da questo punto di vista, adesso tocca agli scrittori cinesi scrivere qualcosa.
Tocca agli scrittori cinesi dar voce a coloro che si sentono afflitti e alienati, scrivere
l’assurdità della storia, creando così opere originali. Gli scrittori cinesi hanno visto con i propri
occhi, hanno assistito a fin troppe assurdità, morti e disastri nella realtà e nel corso della storia.
Hanno visto la diffusione di epidemie che, dopo aver mietuto vite umane e una volta dimenticate, si
sono ripresentate nella loro inclemenza.
Memori di queste esperienze, ci comportiamo forse come Camus o Saramago che si sono messi a
riflettere sulla solitudine umana, sulla nostra memoria e sulla condizione dell’umanità? Come loro,
affronteremo la realtà alla ricerca della verità e useremo forse la nostra creatività per scovare una
verità più profonda? Ci decidiamo a scrivere oppure no? E se decidiamo di farlo, che cosa scriveremo?
A onor del vero, in Cina sono tanti gli scrittori che hanno talento da vendere. Il punto cruciale non è
tanto cosa ci viene permesso o meno di scrivere, bensì il fatto che pur sapendo cosa dobbiamo
scrivere c’è chi fa finta di niente. Vivere senza uno scopo per scelta è ben diverso dall’essere
costretti a condurre un’ignobile esistenza. E ancora un’altra cosa è chi si rende conto della
situazione ma persevera nella propria inerzia.
Trascinarsi nella propria esistenza per inerzia ed esserne felici e appagati è un atteggiamento
mentale legato alla cultura della popolazione cinese dei giorni nostri. Una predisposizione genetica.
La letteratura è inerme e impotente. Eppure gli scrittori non solo non riflettono su questa
impotenza, bensì hanno il coraggio di utilizzare la propria penna, voce e autorità per
cantare inni di gioia volti a celebrare una realtà foriera di morte, assurdità e pianti disperati. Ciò
che rende la letteratura non solo inerme e impotente, ma persino malvagia, è l’atteggiamento di
coloro che calzano scarpe da eroe ma si limitano a camminare seguendo le impronte lasciate su un
sentiero che conduce a un lugubre sepolcro.
Non ha neanche più senso parlare di letteratura.
Ciò che è esecrabile non è tanto la marginalizzazione della letteratura nel corso della storia, quanto
il fatto che gli scrittori consci di questo problema si prodighino in scrosci di applausi per osannare

festosi tale impotenza. Dopo aver spogliato la letteratura del suo ultimo brandello di dignità e di
decenza, pensano di essere un modello esemplare il cui più grande merito è quello di aver salvato la
letteratura, quand’invece sono stati proprio loro a vederla cadere a terra ed esalare l’ultimo respiro.
È questo che accade in Cina oggi.
Sono gli scrittori i veri carnefici della letteratura. Il vero sconforto risiede nel fatto che quando
il popolo è avvolto dalla gelida morsa del freddo, la maggior parte degli scrittori ha a disposizione
giacche imbottite per superare i rigori dell’inverno. La soluzione è semplice: basterebbe che coloro
che indossano una giacca in più se la togliessero. Altrimenti non c’è via d’uscita. La letteratura
rischia di divenire futile, se non financo malvagia.

Impotente e inerme: la letteratura ai tempi dellepidemia - Yan Lianke (traduzione di Riccardo Moratto),


24.03.2020 Scrittori e pandemia. Riconoscere e ammettere che la letteratura ricopre ormai un ruolo marginale non significa compiere un’azione riprovevole. Tutt’altro. Significa semplicemente riconoscere che nella nostra epoca uno scrittore altro non è che uno scrittore。

Ho sempre dubitato che la letteratura di oggi abbia un gran significato, come invece si dice.

Sono due i motivi che mi inducono a fare una considerazione del genere. Innanzitutto, credo che la grande letteratura sia quel vasto oceano costituito dalle opere degli autori che ci hanno preceduto. Ciò che doveva o poteva essere scritto è già stato tracciato dalla penna dei grandi letterati del passato. In secondo luogo, la grande letteratura nasce in un’epoca consona alla sua creazione. La nostra è l’epoca di Internet e della tecnologia. La letteratura ricopre un ruolo marginale, è un personaggio secondario. Dalla fine del settecento fino agli anni settanta del ventesimo secolo, la letteratura è stata, invece, protagonista indiscussa sul palcoscenico mondiale della cultura.

La creazione di grandi capolavori letterari appartiene ormai a un’epoca passata. Solo un autore geniale, con l’aiuto della provvidenza divina, riuscirebbe a scrivere grandi opere in grado di sconvolgere cielo e terra, andare controcorrente e valicare i confini dell’immaginabile.

 

Perlomeno in Cina, la creazione dei grandi capolavori della letteratura appartiene ormai al passato. L’epoca in cui viviamo non è favorevole alla produzione di grandi opere letterarie. La letteratura mondiale ha attraversato un periodo di grande prosperità, ha raggiunto l’apice della gloria e il massimo dello splendore nel corso degli ultimi duecento anni. È lecito affermare che in quel momento storico l’intelletto umano ha contribuito allo sviluppo della letteratura mondiale, dando il meglio di sé. Al giorno d’oggi gli scrittori dovrebbero impegnarsi di più e fare in modo che questo personaggio ormai secondario possa brillare di luce propria.

 

In molti romanzi, film e sceneggiati, può accadere che un personaggio secondario offuschi il protagonista inondandolo di una luce più abbacinante. Si tratta di un imprevisto, un evento inatteso. Ma può accadere. Ed è per questo che continuiamo a indagare, a esplorare e a scrivere senza tregua, nella remota speranza di riuscire in quest’ardua impresa. Scriviamo per un’eventuale e inaspettata grandezza. Per la creazione fortuita di un’opera letteraria di successo. Tuttavia siamo ben consapevoli della differenza sostanziale che sussiste tra il protagonista e i personaggi secondari, così come diversa è l’importanza che rivestono sulla ribalta della storia. Non ci facciamo illusioni.

 

Riconoscere e ammettere che la letteratura ricopre ormai un ruolo marginale non significa compiere un’azione riprovevole. Tutt’altro. Significa semplicemente riconoscere che nella nostra epoca uno scrittore altro non è che uno scrittore. Una simile presa di coscienza ci permette altresì di cogliere il divario tra ciò che uno scrittore vorrebbe fare e ciò che può fare.

 

Poi è sopraggiunta l’epidemia da Covid-19.

 

Come una guerra inattesa e indesiderata, ha riempito le nostre orecchie con il rimbombo degli spari. Non solo la città di Wuhan, la provincia dello Hubei e l’intera nazione cinese, bensì l’umanità tutta è stata trascinata in questo disastro, passo dopo passo. Wuhan è una città nell’entroterra cinese oltreché epicentro dell’epidemia da coronavirus. Come la travolgente onda d’urto di uno tsunami, la tragedia dei contagi e della morte si è espansa ovunque facendo incetta di vite.

 

Probabilmente l’umanità non avrebbe mai immaginato che avremmo costruito “una comunità dal futuro condiviso” proprio in questo modo. La storia dell’uomo è costellata di assurdità e di errori evitabili. Vite spezzate, lacrime di dolore, urla e lamenti strazianti riecheggiano per le vie delle città e rimbombano all’interno delle quattro mura.

 

In Cina decine di migliaia fra medici e infermieri si sono lasciati casa e figli alle spalle e, senza alcuna esitazione, si sono precipitati a Wuhan e nelle altre città maggiormente colpite dall’epidemia nella provincia dello Hubei per fornire cure mediche e coordinare i soccorsi. Hanno messo la propria vita a repentaglio per prestare aiuto ai contagiati e ad oggi tra le vittime figurano molti di questi eroi. A prescindere da dove abbia avuto origine il virus, non c’è ombra di dubbio che la diffusione dell’epidemia sia da attribuire alle caratteristiche della struttura sociale cinese. Tuttavia, da quando è stata chiusa la città di Wuhan, l’intera Cina è divenuta un tutt’uno, come un ciocco di legno legato in una morsa rovente. L’abiezione della natura umana ci avvolge in una spirale di ignominia, come fumo nero che si leva da legna bagnata; mentre lo splendore e la purezza della natura umana è come una fiamma vivida, che col suo bagliore riscalda e illumina il mondo, il cielo e la terra, l’umanità intera e ogni inerme filo d’erba che a stento spunta e si affaccia tra la gente comune di ogni nazione.

 

È questa la forza del popolo.

E questa è anche la sua unica speranza.

 

Ed ecco che dinanzi all’irrefrenabile incalzare dell’epidemia, ancora una volta abbiamo toccato con mano l’impotenza della letteratura rispetto a una catastrofe tanto furente. La letteratura, infatti, non può trasformarsi in mascherine da inviare nelle zone colpite dal contagio, né tantomeno può tramutarsi in tute protettive a uso del personale medico. Quando la gente ha fame e sete, la letteratura non supplisce alla carenza di pane e latte. Quando sono necessarie verdure, la letteratura non sopperisce alla mancanza di ravanelli, cavoli e prezzemolo. Quando le persone si fanno prendere dall’ansia e dal panico, la letteratura non funge da placebo.

 

Per quale motivo parte dei media ufficiali cinesi e quasi tutte le persone pensanti, dotate di voce critica e riflessiva, hanno parlato della città di Wuhan dopo la sua chiusura come Auschwitz? Perché c’è chi continua ad associare Auschwitz al concetto di “poesia”? Perché sia la città di Wuhan che la Covid-19 sono ormai diventati delle metafore. Perché in questa improvvisa calamità, la società cinese ha capito ancora una volta l’importanza di tollerare voci diverse. E ancora una volta, a scapito di migliaia di vite, ha dimostrato che pure ad Auschwitz finché si può scrivere poesia è raccomandabile che si continui a farlo. Poiché le poesie scritte in questo momento non sono semplici poesie, bensì sono la testimonianza di una voce fuori dal coro, un messagio di cui siamo i destinatari, simbolo di vita. Se ad Auschwitz ci fossero state persone ancora in grado di scrivere poesia e fare in modo che venisse letta, il delirio di Auschwitz non si sarebbe protratto tanto a lungo. Non ci sarebbero state tante vite innocenti mietute e calpestate dal regime autoritario alla stregua di inermi formiche.

 

L’ottusità più temibile ed esecrabile sarebbe se non ci fossero giornalisti di guerra disposti a rischiare la vita pur di diffondere un messaggio di verità.

Nel momento in cui l’umanità si trova dinanzi a una tragedia, l’assenza di voci fuori dal coro è una tragedia persino più devastante.

Al sopraggiungere di una guerra o di un’epidemia, vi sono scrittori disposti a diventare “belligeranti” e “giornalisti”. Le loro voci attutiscono il rumore degli spari. Sovente i loro proclami di dissenso riescono a impedire che l’avversario innesti la baionetta e a ovattare il rimbombo degli spari. Come Babel e Hemingway, Norman Mailer, Singer e Orwell.

 

Non vorrei essere frainteso. Non intendo dire che un bravo scrittore debba per forza di cose diventare giornalista di guerra. Voglio semplicemente sottolineare quanto sia crudele, assurdo e ridicolo che in tempo di guerra non si veda la morte e non si sentano gli spari. Ancor più assurdi e ridicoli sono coloro che vedono chiaramente la morte e sentono nitido il rimbombo degli spari, eppure descrivono i colpi e le fucilate come petardi di giubilo, presagio di un trionfo immediato. Si tratta di pura follia. Un’assurdità simile e ancor più esecrabile della guerra e dell’epidemia stessa. Nonostante Kafka nel suo diario scrisse: “Oggi la Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Nel pomeriggio sono andato a nuotare”, non dimentichiamo però quanto sia sensibile alla dimensione dell’assurdo. Nei suoi racconti è riuscito veramente a dar voce ai fenomeni più assurdi. E noi, invece, noi che confondiamo gli spari con lo scoppiettìo di petardi trionfali o che addirittura dimostriamo con la nostra penna la normalità dell’assurdo cercando disperatamente di dimostrare che i colpi dei fucili siano in realtà giubili scoppiettii di petardi in festa.

 

Nessuno ha il diritto di incolpare coloro che alzano le braccia e cercano di far sentire la propria voce tra grida assordanti e lamenti strazianti. Così come nessuno si deve arrogare il diritto di incolpare chiunque abbia voglia di fare chiarezza: poeti, scrittori, professori e intellettuali, costretti a operare negli angusti limiti del politicamente corretto, hanno sin da subito annunciato le proprie scelte, la propria posizione e il proprio parere.

 

Poche persone al mondo sono in grado di comprendere la fragilità, la debolezza e l’impotenza degli scrittori cinesi. Proprio come i pinguini dell’Antartide, fragili e inermi, possono sopravvivere solo al freddo. Questa è la medesima situazione in cui versano la popolazione e gli scrittori cinesi. Le circostanze spesso determinano la superiorità o l’inferiorità di uno scrittore rispetto a un altro nonché il netto contrasto tra diversi tipi di letteratura. In Cina sicuramente c’è chi può esprimersi in questi termini, il problema è permettere agli altri di dire o non dire certe cose. In altre parole, credo che una grande opera letteraria sia di per sé una voce fuori dal coro senza la quale non ha neanche senso parlare di letteratura.

 

Permettere la coesistenza di voci diverse è molto più urgente e importante della fortuita creazione di una o qualche opera letteraria di successo. Nessuno può comprendere a fondo l’impotenza degli scrittori cinesi. Così come nessuno può capire il fatto che gli scrittori cinesi non apprezzano molto e non necessitano libertà di scelta e tolleranza per il diverso. Secondo la mentalità dei più quando fa freddo tutti hanno freddo e quado fa caldo tutti hanno caldo. Ma vale davvero per tutti? Anche perché quando arriva davvero il gelido inverno e le giornate cominciano a raggelare, gli scrittori possono godere di calde giacche imbottite regalate loro come premio o incentivo. Questo è l’aspetto più subdolo, imbarazzante e affliggente della letteratura e degli scrittori cinesi odierni. Quando il popolo viene ricoperto dalla gelida coltre del manto invernale, la maggior parte degli scrittori ha a disposizione giacche imbottite per superare i rigori dell’inverno.

 

È pur vero che durante la prima e la seconda guerra mondiale non tutti gli scrittori sono andati al fronte e alla stregua di Babel, Hemingway e Orwell hanno sempre tenuto stretta la penna perfino quando erano circondati dai rimbombi degli spari. Ma penso che chiunque scriva sappia che se Tolstoj non avesse fatto il soldato, come avrebbe potuto scrivere Guerra e pace? Se Remarque non avesse preso parte alla prima guerra mondiale e non ne fosse rimasto ferito, come avrebbe potuto scrivere Niente di nuovo sul fronte occidentale? Sono molti gli scrittori che rappresentano l’esistenza di una voce fuori dal coro, tra cui possiamo annoverare Joseph Heller e il suo Comma 22, Kurt Vonnegut e il suo La colazione dei campioni, ma anche Camus e La peste, José Saramago e Cecità. Tra gli scrittori che hanno partecipato alla guerra, c’è chi è stato soldato o prigioniero dell’Aeronautica Militare; gli altri invece avevano una profonda comprensione delle malattia umane. Da questo punto di vista, adesso tocca agli scrittori cinesi scrivere qualcosa. Tocca agli scrittori cinesi dar voce a coloro che si sentono afflitti e alienati, scrivere l’assurdità della storia, creando così opere originali. Gli scrittori cinesi hanno visto con i propri occhi, hanno assistito a fin troppe assurdità, morti e disastri nella realtà e nel corso della storia. Hanno visto la diffusione di epidemie che, dopo aver mietuto vite umane e una volte dimenticate, si sono ripresentate nella loro inclemenza.

 

Memori di queste esperienze, ci comportiamo forse come Camus o Saramago che si sono messi a riflettere sulla solitudine umana, sulla nostra memoria e sulla condizione dell’umanità? Come loro, affronteremo la realtà alla ricerca della verità e useremo forse la nostra creatività per scovare una verità più profonda? Ci decidiamo a scrivere oppure no? E se decidiamo di farlo, che cosa scriveremo?

 

Ad onor del vero, in Cina sono tanti gli scrittori che hanno talento da vendere. Il punto cruciale non è tanto cosa ci viene permesso o meno di scrivere, bensì il fatto che pur sapendo cosa dobbiamo scrivere c’è chi fa finta di niente. Vivere senza uno scopo per scelta è ben diverso dall’essere costretti a condurre un’ignobile esistenza. E ancora un’altra cosa è chi si rende conto della situazione ma persevera nella propria inerzia. Trascinarsi nella propria esistenza per inerzia ed esserne felici e appagati è un atteggiamento mentale legato alla cultura della popolazione cinese dei giorni nostri. Una predisposizione genetica.

 

La letteratura è inerme e impotente. Eppure gli scrittori non solo non riflettono su questa impotenza, bensì hanno il coraggio di utilizzare la propria penna, voce e autorità per cantare inni di gioia volti a celebrare una realtà foriera di morte, assurdità e pianti disperati. Ciò che rende la letteratura non solo inerme e impotente, ma persino malvagia, è l’atteggiamento di coloro che calzano scarpe da eroe ma si limitano a camminare seguendo le impronte lasciate su un sentiero che conduce a un lugubre sepolcro.

 

Non ha neanche più senso parlare di letteratura.

 

Ciò che è esecrabile non è tanto la marginalizzazione della letteratura nel corso della storia, quanto il fatto che gli scrittori consci di questo problema si prodighino in scrosci di applausi per osannare festosi tale impotenza. Dopo aver spogliato la letteratura del suo ultimo brandello di dignità e di decenza, pensano di essere un modello esemplare il cui più grande merito è quello di aver salvato la letteratura, quand’invece sono stati proprio loro a vederla cadere a terra ed esalare l’ultimo respiro. È questo che accade in Cina oggi. Sono gli scrittori i veri carnefici della letteratura. Il vero sconforto risiede nel fatto che quando il popolo è avvolto dalla gelida morsa del freddo, la maggior parte degli scrittori ha a disposizione giacche imbottite per superare i rigori dell’inverno. La soluzione è semplice: basterebbe che coloro che indossano una giacca in più se la togliessero. Altrimenti non c’è via d’uscita. La letteratura rischia di divenire futile, se non financo malvagia.

             

 

                           7 marzo 2020